Un racconto di Carla Bellavia
Numero di battute: 2468
Mia madre si è messa in testa di doverci alleggerire il compito per quando lei e mio padre non ci saranno più, e ha deciso di iniziare a svuotare casa partendo dalla libreria di papà.
Sospetto di aver contribuito a questa decisione l’ultima volta che sono stata a casa loro per uno dei nostri pranzi familiari estesi, che le danno modo di fare quello che lei con una nota di soddisfazione chiama “la cacciata”, ovvero tirare fuori dagli armadi il servizio da diciotto di porcellana ottocento filigranato in oro e la parure di calici di cristallo. Quattro bicchieri per coperto: acqua, vino bianco, vino rosso e rosolio di fine pasto. Ma chi lo beve più il rosolio?
Mentre la aiutavo ad apparecchiare ho osservato ad alta voce che tutta questa roba, bellissima per carità, non entrerà mai negli striminziti armadi di casa mia. Pochi e invisibili. Li ho voluti così e mia madre non se ne fa una ragione.
«Ma chi lo beve più il rosolio?»
Era più attenta di quanto pensassi perché qualche giorno dopo mio padre mi ha chiesto di accompagnarlo dal filatelico per ottenere una stima della sua collezione di francobolli. Queste cose non interessano più nessuno, mi ha detto. Sono andata con lui e mentre era lì che parlava con il tizio di Bolaffi non ho potuto fare a meno di pensare che sì, dei francobolli non frega più niente a nessuno, però io lo cos’è un Gronchi rosa perché mio padre ce l’aveva e quando ero piccola ne andavo pure orgogliosa. Anche se il Gronchi fu venduto anni fa per saldare il mutuo della casa al mare, il filatelico che tirava sul prezzo della collezione mi è stato subito sulle palle.
Ieri sera sono tornata da loro e mi sono affacciata nello studio. Un paio di grossi scatoloni aperti tradivano che l’opera di smontamento andava avanti. Ho sbirciato il contenuto. La mano rossa, l’albo numero uno della saga di Tex Willer, stava lì, in cima alle file ordinate di fumetti imbustati singolarmente in foderine di plastica lucide e croccanti. Pronti a essere liquidati.
Ho preso il fumetto in mano, la bustina trasparente luccicava sotto la luce calda del lampadario. Tex Willer in camicia rossa e pantaloni verdi, immortalato nell’attimo in cui si lancia sul perfido messicano. Dietro di loro, un sole infocato nel cielo blu. La bustina protettiva era lucida e intatta. Come appena sostituita.
Non sono riuscita a trattenermi. Ho preso La mano rossa e li ho raggiunti in salotto pronta a dare battaglia. E a negoziare con mio marito l’acquisto di una nuova libreria per casa nostra.
Carla Bellavia (1969) vive a Roma. Nella vita fa la moglie. la madre, la figlia, l'amica, la manager, l'autista, il personal coach e svariati altri mestieri. A cinquanta anni, dopo una lunga pausa, ha ricominciato a scrivere, per inquietudine. E non riesce a smettere.
Un racconto di Sarah Calzolaro
Numero di battute: 2432
Nevicava fitto. Ci fermammo in una piccola conca a una cinquantina di metri dalla porta di casa. A parte il quieto sciabordare delle onde sulla riva, si sentiva solo il fischiettio di papà che, di tanto in tanto, scostava una ciocca indisciplinata dalle tempie di mamma. Lei era sempre stata tutta impeto e furore, e questa sua immagine beata, profondamente connessa alle frequenze del mare mentre si lasciava imbiancare dai fiocchi di neve, mi disorientava.
Mi ero separato da mia moglie venti giorni prima, e mi ritrovavo come un adolescente, a passare le vacanze da mamma e papà. Solo che loro erano diventati nonni e al posto dei nipotini c’ero io, in pigiama e calzettoni, sdraiato sul divano, con il dito incollato al telecomando.
«Carlo ti avrà chiamato quattro volte, perché non vai?» disse mia madre con uno sguardo pieno di compassione.
«Non stasera. Lo richiamo domani» tagliai corto. Non ne volevo sapere di veglioni e musica fino alle ore piccole.
«Non stasera.
Lo richiamo domani.»
Il cane zampettava eccitato da una parte all’altra della stanza, col collare in bocca.
«Incredibile. C’è la neve che cade sulle dune…»
Mamma prese il guinzaglio e il bastone, arrotolò la sciarpa intorno al collo di papà e mi diede tre minuti per raggiungerli in spiaggia.
Misi il cappotto e gli scarponi sopra al pigiama, accesi una sigaretta e li seguii.
A un certo punto lui, curvo come una canna di bambù stormita dal vento, le porse la mano e improvvisò una danza aggraziata. Le loro figure roteavano mute, come guidate da una musica che non potevo ascoltare, i loro corpi ristretti dagli anni sprofondavano nel candore di un paesaggio lunare.
A me, quello scenario marino non diceva niente di nuovo: era uguale a sé stesso da quarant’anni, anzi, decisamente angosciante sotto a quella nevicata, eppure i miei genitori erano lì a contemplarlo come il quadro d’autore di un’altra sorprendente stagione.
Cosa avevo combinato in tutto questo tempo? La casa a Milano, la fila per andare al lavoro, la corsa per arrivare in palestra, il tapis roulant, l’aperitivo, la fila per tornare a casa, la sveglia. Ripeti.
Non sapevo che fine avesse fatto tutto quel tempo e neanche cosa fosse rimasto a testimoniarne il passaggio. Invece per loro non era così, era come se il tempo avanzasse nei solchi delle loro fronti e poi, in maniera esattamente inversa, tornasse indietro a quando sperimentavano il mondo, con il loro sguardo placido e sognante: lo sguardo di chi ha un avvenire davanti.
Sarah Calzolaro è un’autrice-illustratrice appassionata di culture orientali. Dopo la laurea in lingue e civiltà orientali, soggiorna per un anno in Giappone, dove insegna italiano. In Italia, prosegue la carriera come insegnante di lingue straniere e dal 2019 ricopre il ruolo di dirigente scolastico in Toscana, dedicandosi alla scrittura e all’illustrazione.
Un racconto di Andrea Consonni
Numero di battute: 1882
La puzza dei clienti mi resta addosso per ore, giorni, mesi. Mi basta parlargli per trenta secondi per sentirmi avvolto dall’hamburger che hanno mangiato mezz’ora prima. Travolto tal sudore che gli cola dagli occhi dopo un pomeriggio in palestra. Dall’odore di bambini che esala dalle sale alla fine di una proiezione. Posso lavarmi quanto voglio quando torno a casa ma la loro puzza mi resta incollata addosso come una patina di olio bruciato. Consumo inutilmente flaconi su flaconi di shampoo, detergenti, confezioni di saponette, dentifrici per ripulirmi da tutto questo schifo.
L’altra mattina mentre mi facevo la barba la mia pelle puzzava dello sguardo della tizia che mi aveva chiesto perché non possiamo aprire prima la domenica. A colazione i biscotti sapevano del deodorante del tizio che un venerdì mattina era venuto a rompere i coglioni per il cellulare che suo figlio aveva perso in sala.
«Emma mi riconosce solo se prima faccio due docce.»
Emma mi riconosce solo se prima faccio due docce. Si lamenta. Miagola incessantemente davanti a quello che per lei è solo uno sconosciuto. Cerco di spiegarle come vanno le cose da un po’ di tempo a questa parte ma lei vorrebbe solo che tornassi a sdraiarmi sul divano insieme a lei leggendole Il dottor Zivago e grattandole le guance senza portare a casa tutta questa puzza di merda.
Stasera quando sono rientrato l’ho trovata sdraiata nella vasca sopra a un paio di mutande e alla giacca del matrimonio. Dormiva. Ha sbadigliato quando mi sono avvicinato a lei. Mi sono seduto sul bordo della vasca, le ho offerto la testa di un uccellino e le ho raccontato di un paesino in una valle discosta dove vorrei portarla a vivere e le ho promesso che appena potrò non lavorerò più, non preparerò più popcorn, non incontrerò più clienti, e che rimarrò sempre a casa con lei. Lei mi ha guardato, ha mangiato la testa dell’uccellino ed è rimasta in attesa che gliene dessi un’altra.
Andrea Consonni (1979) lavora come addetto alle pulizie e preparazione popcorn in un cinema multisala di Lugano.
Un racconto di Simonetta Gallucci
Numero di battute: 2458
«La controra è fatta per inseguire pensieri senza costrutto e abbandonarsi ad amare considerazioni sul senso di questa nostra esistenza che, immancabilmente, ci sfugge.»
Direbbe così Tonino, se solo avesse fatto le scuole fattizze. Invece ha soltanto la terza elementare; e quindi, se un passante dovesse chiedergli: «Che hai?», lui risponderebbe: «La picondría».
Emozione difficile da spiegare, tutta compresa nella posa: Tonino siede davanti all’uscio di casa, con le mani sulle cosce, le palpebre socchiuse e lo sguardo alla piazza.
Sembra quasi stia per addormentarsi; desidererebbe un sonno ristoratore, e invece: «Macché» ha detto sbuffando poco fa, quando si è steso sul letto matrimoniale, troppo grande da quando Michelina se n’è andata. Lei non l’avrebbe mai lasciato da solo a contare i giorni e gli anni; «quella fetente me l’ha portata via di notte.»
«Quella fetente
me l’ha portata via di notte.»
Sua moglie è morta da un mese, e Tonino ancora non si capacita di non averla protetta abbastanza. Quella mattina, svegliandosi percorso da un brivido di freddo, aveva allungato la mano, scoprendo che il gelo proveniva dal corpo rigido di lei. Le si era fatto vicino, aveva provato a prenderla tra le braccia per scaldarla, ma niente: era morta morta. Si era abbandonato al pianto, che aveva bagnato la camicia da notte di cotone grezzo della moglie.
Dal giorno dopo il funerale, Tonino non è riuscito più a dormire. «Se viene a prendermi nel sonno, non se ne accorge nessuno» si dice. Così ha preso ad aspettare la morte davanti casa. Guarda la piazza, deserta e abbacinata dal sole. Spinge lo sguardo in avanti, verso il vicolo che immette nel centro storico: una settimana fa, proprio in quella strada, la fetente è andata a prendersi Peppino.
Spera soltanto di riconoscerla, quando arriverà. La cataratta ormai gli ha accorciato l’orizzonte, e Tonino fatica: cose e persone sono diventate per lui soltanto ombre che fluttuano in un paesaggio indistinto. Gli altri sensi, però, per compensazione si sono affinati. «La riconoscerò dall’odore» si dice, «o dal rumore dei passi» ma nulla sembra disturbare l’immobilità della controra.
Quando i primi paesani cominciano a radunarsi nell’unico bar della piazza, Tonino si rialza a fatica per raggiungerli. «E nemmeno oggi è venuta, la fetente» dice al gatto randagio che da qualche giorno ha accolto in casa e che ora lo osserva dietro il vetro della portafinestra. «Non sono una fetente» miagola questo. «Vai a salutare gli amici. Ti aspetto qui.»
Simonetta Gallucci (1984), pugliese trapiantata a Milano, sognatrice indefessa, lavora su Excel ma sogna di poter usare soltanto Word. Ha imparato a scrivere a quattro anni e da allora non ha più smesso. Collezionista di corsi di scrittura; l'ultimo frequentato è il percorso annuale Belleville. Ha collaborato in qualità di redattrice con Recencinema e Whipart.
Un racconto di Andrea Scagliarini
Numero di battute: 2499
È inverno, ma il vento tiepido ha allontanato il freddo. Lo sento sulla pelle e l’ho annotato sul taccuino. Oggi, 21 dicembre, sole. 20 gradi. Ho deciso di comprarmi una giacca leggera senza aspettare l’inganno dei saldi di stagione. Questa mattina, ho già annotato Anticiclone. Giacca a quadri. Comprare subito. Fa caldo e i giornali non sembrano interessati al caso metereologico. In primo piano vedo guerre, terremoti, uccisioni di massa, emergenze umanitarie, violenze domestiche. Della temperatura non se ne parla punto.
Indosso un capo elegante davanti allo specchio e mi sento già le ascelle umide. Sudato. La nuova giacca veste bene. Mi piace e la prendo senza neanche richiedere il prezzo per non apparire sciocco È scritto. Domando alla commessa se questo tepore non la stupisce, ma lei sorride prima di rispondere istruita dal proprietario.
«Anticiclone. Giacca a quadri. Comprare subito.»
«Ha bisogno di qualcos’altro?» mi dice spigliata, ignorando il mio commento sul clima, ma rivelando un musicale accento dell’Est.
«Lei è straniera. Vero?» postulo sicuro prima di annotare Alta, capelli neri e lunghi, un lieve strabismo, persino piacevole a vedersi. Un difetto ce l’hanno tutti. Mi osserva scribacchiare prima di aggiungere: «Sono rumena, non mi piace confessarlo, ma in Italia ho frequentato il liceo classico e mi sono diplomata a pieni voti».
«Lo immagino. Racconterei con un po’ di fantasia di essere stata adottata da una famiglia italiana. Poi, aggiungerei di essere una studentessa lavoratrice iscritta a Filosofia o Filologia. Fa ancora effetto, sa? Il liceo non basta più, lo fanno tutti. Da dove proviene la sua familia? Bacau? Timisoara? Sibiu, Bucarest?».
«Lei conosce România?».
«No, conosco bene la geografia».
Mentre ritorno a casa, ripenso alla loquela della commessa. Dopo aver battuto lo scontrino, mi ha invitato alla funzione del vespro nella vicina chiesa ortodossa. Mi ha spiegato che canterà nel coro e mi presenterà il pope. Ha notato che molti cattolici vengono per ascoltare l’antica musica bizantina ma le ho spiegato che non sono religioso – tantomeno cattolico – e forse la raggiungerò al vespro.
Un’ora più tardi, fermo sulla banchina della linea S registro: Commessa diplomata, liceo classico, canta alle funzioni religiose. Intona musiche sacre. Sono sicuro che canterà bene.
Per dabbenaggine smarrisco il taccuino e mi dimentico della commessa, della chiesa, del vespro, del coro e dell’odore di sacrestia che non ho sentito. Che rammarico. Quanto lo rimpiangerò quel taccuino fedele, era sempre con me.
Andrea Scagliarini vive a Torino dove ha conseguito una laurea in Storia e Critica del Cinema e svolge l’attività di musicista indipendente e di insegnante. I suoi testi sono apparsi o appariranno sulle riviste letterarie Narrandom, Racconticon, Pastrengo, Nabu, Enne2 e Fuori Asse.
Un racconto di Flavia Catena
Numero di battute: 2297
Il fagiano corre nella gabbia, intorno al cespuglio. Due giri e poi si ferma sempre sullo stesso punto, le zampe a coprire le impronte già lasciate, le piume ad ammassarsi dove altre piume sono già cadute. Ha le ali chiuse, aderenti al corpo, e il becco aperto.
«Guardate quello!» dice Luigi, indicandolo da dietro la rete.
Ci sono due pavoni sull’altro lato della gabbia, uno bianco e uno blu, e i suoi amici stanno immobili, rapiti, a osservarli.
«Ma che fa? Il girotondo?» chiede Vittorio, dopo aver spostato lo sguardo.
Luigi agita la campanella che pende dalla tasca del suo zaino. L’uccello rallenta.
«L’ha sentito!» gioisce Grazia, la più piccola del gruppo. «Riprovaci.»
«Guardate
quello!»
Ma al secondo trillo il fagiano riprende la sua corsa e va avanti per tre, quattro, cinque giri, senza interrompersi.
«Sembra mia madre…» nota Luigi, «quando cammina nervosa intorno alla culla di mia sorella con le mani sulla testa. La cosa più brutta è che certe volte perde l’equilibrio o inciampa da qualche parte e finisce a terra. Si è spaccata il naso la scorsa settimana».
«Poverina! E perché fa così?» domanda Grazia toccando con la mano la spalla dell’amico accovacciato.
«Non lo so. Neanche mia madre lo sa. Dice: “Non sono io”».
Una bacca è caduta dal cespuglio, e il fagiano la calpesta macchiando di rosso il suolo nero.
«Secondo voi, se lo liberiamo vola?» parla di nuovo Grazia.
I tre bambini si guardano intorno. La guardia del parco è seduta a braccia conserte nel gabbiotto poco distante, e sembra concentrarsi su tutto – riviste, telefono, scatola di biscotti – fuorché su ciò che avviene dentro e fuori le gabbie.
Vittorio si allontana e torna poco dopo con una cesoia nascosta nella cartella. L’ha rubata al giardiniere che ha visto potare i rododendri davanti al cancello: anche lui era distratto come la guardia, i pensieri sciolti dall’afa e i muscoli del corpo rallentati dall’età.
Il fagiano corre ancora, le piume della coda che strisciano a terra, sollevando nuvole di polvere, e un velo sugli occhi che lo fa cieco. Attraverso lo squarcio aperto nella rete, i bambini allungano una mano ciascuno.
«Dai, esci adesso!» dicono in coro, ma l’animale non reagisce.
Solo quando il grido di un uccello che attraversa il cielo scuote l’aria, il fagiano si ferma. E alla libertà si avvicina lento, incredulo.
Flavia Catena, siciliana, si è laureata in Editoria e Giornalismo alla Sapienza di Roma, per poi specializzarsi in Fotografia di reportage a Milano. Per nove anni ad Oxford, adesso vive a Londra dove lavora come fotografa professionista. Nel tempo libero scrive e fa la volontaria in alcuni musei della città. Ha pubblicato racconti su antologie e riviste come Lunario, Spaghetti Writers, L’Appeso. Una sua storia è stata selezionata per far parte della raccolta 24 ore edita da Romanzi.it. La sua prima raccolta di racconti, Il coraggio di Bradamante e altre storie, è stata pubblicata da Edizioni Kalós nell’ottobre del 2024.
Un racconto di Tonino Ceravolo
Numero di battute: 2447
E no che non si riusciva a capire perché se ne fosse andato ad abitare dietro al cimitero, lasciando per sempre la sua vecchia casa in via Poerio. Quella catapecchia se ne stava lì, isolata a ridosso di tombe e cappelle, mentre in via Poerio pulsavano le voci e la vita. Era cadente come certe case del Sud rurale nei romanzi americani, con i vetri delle finestre crepati o del tutto assenti, gli infissi sbrecciati, l’intonaco quasi completamente sbriciolato e la vegetazione intorno talmente fitta, l’estate, che bisognava farsi largo tra foglie e arbusti per percorrere lo stradino che conduceva all’ingresso.
Cosa trovasse in quel paesaggio di croci e di tombe forse non lo sapeva nemmeno lui e forse per farsi compagnia o per esorcizzare tutti quei morti accendeva di prima mattina uno stereo che teneva in casa e lo metteva al massimo volume, facendo risuonare Mamma Maria dei Ricchi e Poveri o L’italiano di Toto Cutugno per tutta la campagna circostante e per il camposanto di fronte. E non c’era verso di farlo smettere.
«Cosa trovasse in quel paesaggio di croci e di tombe forse non lo sapeva nemmeno lui.»
Un paio di volte ci aveva provato il guardiano del cimitero, andandogli a suonare per parlargli, ma gli aveva restituito imprecazioni a cascata in un italiano mescolato all’inglese e al dialetto. E l’unico risultato era stato che se prima verso l’ora di pranzo e all’imbrunire smetteva, adesso la tirava per tutta la giornata e lasciava giusto la notte vuota di brani musicali. Dopo i fallimenti del custode, gli avevano mandato anche le guardie e le minacce di una denuncia per il disturbo della quiete pubblica. Ma disturbare i morti era una cosa ridicola e quanto ai vivi lì attorno c’era il deserto e nel deserto non c’è nessuno che possa sentire delle canzoni. Anche con le guardie era finita a male parole, come era finita male poi con il prete e con un mezzo parente che si erano portati lassù nell’inutile speranza di aprire almeno una breccia.
Niente, nulla, era ostinato e impenetrabile come l’elmetto che aveva appeso nel balcone, di fianco alla bandiera a stelle e strisce. Ed era stato quell’elmetto, cimelio del suo Vietnam prima del rientro in Italia da emigrato che aveva fatto i soldi, a impensierire i paesani. Così gli avevano mandato dentro la polizia ed era stato inevitabile sparargli addosso quando aveva preso in mano il fucile, lasciandogli il tempo di pensare a come la vita, all’ultimo, non sia altro che una beffa. Morire per un’arma giocattolo che non riusciva a sparare neppure a salve.
Tonino Ceravolo scrive di antropologia e storia dei fenomeni religiosi ed è abilitato a Professore associato in Scienze demoetnoantropologiche. Ha diretto per un decennio la rivista semestrale Rogerius e ha collaborato con il Centro Antropologie e Letterature del Mediterraneo dell’Università della Calabria. Suoi articoli sono apparsi su Voci, Nuovo giornale di filosofia della religione, Dialoghi mediterranei e Luoghi dell’infinito. Collabora a Mimì, inserto domenicale del Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Tra i suoi libri, editi da Rubbettino, I monaci di clausura (2006), Storia delle nuvole. Da Talete a Don DeLillo (2009), Il prepuzio di Cristo. Storie di reliquie nell’Europa cristiana (2015) e Gli spirdàti. Possessione e purificazione nel culto di san Bruno di Colonia (2017, nuova edizione).
Un racconto di Pasquale Innato
Numero di battute: 2490
Stavo fissando la viva pelle umida del mio ginocchio appena sbucciato, quando mio padre mi ha preso per un braccio, ha spazzolato via la polvere grigia con le mani dalle mie gambe e mi ha portato dal barbiere. A quella età avevo una bella chioma ricciolina.
In piedi davanti allo specchio, la testa all’altezza della spalliera della poltrona girevole, ammiravo i capelli disordinati eppure così esatti. Dopo qualche istante, però, mi ha assalito un timore, uno spavento quasi, appena mi sono reso conto che in una manciata di minuti avrei perso quella stessa chioma in favore di un taglio più serio, più garbato, infine, più liscio. Mi sono voltato di scatto verso mio padre che si era seduto dietro di me e mi stava osservando da diversi minuti, forse un secolo.
«Be’, hai deciso come li vuoi?»
Ho scosso la testa; non li volevo in nessun modo. Si è alzato, lo vedevo riflesso nello specchio, è venuto dietro di me ed ha appoggiato le labbra alla mia tempia.
«Fatti fare un bel taglio fresco!»
«Be’, hai deciso come li vuoi?»
Quell’aggettivo mi ha perseguitato per anni, dopo quella prima volta. Un taglio fresco, cosa vuol dire un taglio fresco? Credo di aver sempre saputo, pur senza dichiararlo esplicitamente, che mio padre volesse esprimere l’esigenza di un taglio sufficientemente corto da poter consentire il passaggio di un’aria di condizionamento capace di abbassare la temperatura della mia testa persino sotto il sole di luglio. Da quella volta in poi, in qualsiasi posto fossi e qualsiasi età avessi, mio padre non ha mai smesso di chiedermi, dopo l’appuntamento dal barbiere, se il taglio che avevo deciso fosse effettivamente un taglio fresco. Possibile però solo tra maggio e agosto: al di fuori di questa quaterna soleggiata, il taglio di capelli, semplicemente, non esisteva.
Ha accarezzato una ciocca che aveva preso tra le dita ed era tornato a sedersi. Il barbiere quindi mi ha esortato ad accomodarmi, come un signorotto locale a cui i servigi cominciavano a essere dovuti e mi ha avvolto nel telo; poi risollecitava la domanda.
«Come li facciamo?»
Con la coda dell’occhio, allo specchio, ho tentato di nuovo di rivolgermi a mio padre, che però aveva già raccolto un rotocalco dal tavolino e aveva cominciato a sfogliarlo. Allora accigliato, sono tornato con gli occhi al barbiere, ed esitante gli ho meccanicamente detto:
«Un taglio fresco?»
Non so se è perché papà aveva sentito, o se sulla rivista che leggeva aveva trovato qualcosa di buffo, ma in quel momento un cenno di sorriso è comparso sul suo volto.
Pasquale Innato è nato a Taranto nel 1991. Vive e lavora a Milano e appena possibile, scrive. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Estense Digital. Ama Gadda perché era ingegnere (come lui) e scrittore (come vorrebbe essere); critica tutto e tutti.
Un racconto di Ilaria Padovan
Numero di battute: 2472
Càpita, di non riuscire ad ammazzarsi subito càpita. Càpita ti spieghino che nella modalità che avevi scelto tu non ci saresti mai riuscito: ed è un dispiacere un po’ diverso. E tu sei sporco, perché ci hai provato veramente. E tu, soprattutto, ti vergogni.
Alla fine, la vita è una cosa passeggera. È che a me non passa.
Penso a tutte le mostre a cui non sono stato, a tutte le esperienze che non ho esperito – esantemi su pagine di agende virtuali e indistruttibili – a tutti i dovresti andarci, anzi vacci, assolutamente vacci a cui, poi, non sono andato nonostante l’inappuntabile, perenne terrore di cartapesta di rimanere escluso dagli eventi esclusivi a cui, però, io ero stato invitato – la meraviglia, come la pazienza, si esaurisce con l’uso: noi volevamo essere sacri, invece ci siamo consumati e rimasti soli.
Penso che sarebbe meglio continuare a non capire niente, come tutti i figli degli anni Novanta, la paura fa novanta, la Novanta fa paura, penso alle cose che si dicono sempre, sempre uguali, sempre le stesse, penso al tormento della ripetizione, al sollievo di un definitivo che non arriverà mai, penso che mi viene da vomitare.
«Vomito:
un gatto.»
Vomito:
un gatto.
(Mi piacevano, i gatti, ora
mi fanno un poco schifo.)
Vomito sul gatto vomitato.
Mi si rivolta la faccia quando so che sarebbe meglio dire volto ma sono brutto, atroce, un mostro e allora dico faccia, quella su cui scivolano gli occhi espulsi dalle loro orbite a spinte, impulsi, conati, scivolano sul gatto anche loro, mi bruciano le guance, le scavano – acidi: tossico, siamo tutti tossici in questa relazione – alla fine le cicatrici sono solo tatuaggi in negativo, mi decorano quel che resta del viso.
Niente,
non esce più
niente: vorrei uscire io. Esce
il gatto, bello vivo e bello sporco:
fa miao.
Devo alzarmi, pulirmi, dar da mangiare a un gatto che prima non avevo. Triste, sono triste come gli elefanti. Sono – siamo – carta macellata, che cosa vuoi, tu, da noi?
Mi rispondono i pesciolini d’argento che vivono nei muri di casa mia, eccoli.
Il gatto è contento solo se gli do da mangiare, ma se provo ad accarezzarlo scappa. I pesciolini splendenti che di notte escono dalle crepe della doccia, loro sì mi vengono a cercare.
Mi siedo a terra, li guardo pianopiano
arrivare, alluvionare il pavimento: non più mattonelle senza calore,
ma acciughine spinose e
vive e
veloci e
voraci.
Si chiamano pesciolini
d’argento
ma se apri l’acqua affogano.
Beati loro.
Ilaria Padovan nasce a Pavia nel 1990 e lavora in consulenza a Milano. Suoi racconti sono comparsi su «Topsy Kretts», «Crunched», «Risme», «Turchese», «Grado Zero», «Yanez». Collabora con Treccani, il Tascabile, The Vision e Limina.
Un racconto di Francesco Valente
Numero di battute: 2456
De notte ar Quadraro, ’ndo li regazzini aspettavano er tramme che passava a Cecafumo, viveva n’vecchio falegname de Trastevere; c’aveva piantato casa ar vecchio quartieraccio, da vent’anni, ma a tutti raccontava d’essece nato lì, tra li palazzoni e le baracchette. Se diceva che s’era magnato li sordi de famiglia, pe pijasse tutta la legna che accatastava dietro ar negozietto e che pe imparasse er mestiere s’era giocato l’anima cor diavolo; eppure li cassetti e le sedie che venneva se rumpevano dopo du’ botte e ’na caduta.
Da mesi aveva deciso de’ chiude baracca e de’ morì in pace: ’na sera ar bare de Nanduccio s’era ’ito così ’mbriaco che pareva er Cristo che portava la croce, mentre urlava cor sangue tra li denti: «Io me moro da solo! E poi sì che sto bene, tra li vermi e ’er fango!» e fu l’urtima vorta che se fece vedere tra li vivi.
«Io me moro
da solo!»
Pe du mesi ’nse ruppe na sedia ne n’cassetto a Cecafumo e la povera gente se iniziò a preoccupà pe’ ’r vecchio, che la domenica mattina s’accostava alla fermata del tramme e se cantava tutta la discografia che je pijava de cantà, aspettando er riccetto(che riccetto da cinquant’anni n’era più) che je portava le Marlboro, puntuale come n’orologio svizzero, alle undici e tre quarti.
Er falegname nun c’annava in chiesa, era uno di quelli che de li santi e le madonne fregava meno di niente, se vedeva che era cresciuto a carci in culo e senza ’na madre. A le volte er sabato sera se vedeva torna co ’na donna tutta acchitata e grassoccia co’ la metà de li anni sua e fino all’appuntamento cor riccetto er falegname stava co’ questa dentro er negozietto; s’era sparsa la fama der falegname mignottaro a Cecafumo, e chi gliela levava più. Ma poi la luccioletta n’s’era più vista ar quartieraccio, da quanno er vecchio s’era inteso de schiattà.
E pure il riccetto alla fine, dall’alto dei suoi sessantaecinque anni aveva capito che qualcosa nun stava da annà ner verso giusto. Deciso a risolve’ er mistero, se diresse n’venerdì mattina ar negozietto spento. Dovette aspettà er tempo de fumasse tre sigarette prima che er sor amico suo aprisse la porta, tutto n’gobbito e co’ ’na faccia che te diceva “famme morì”. Dopo du minuti da quando questo s’era accomodato, glie venne n’colpo al padrone de casa, anche se pareva se fosse abbioccato, tutto qui.
Passò ’na primavera, e der falegname già s’erano scordati tutti, da quando era arrivato er grattacheccaro, il nuovo mignottaro del quartiere. Roma non cambia mai.
Francesco Valente è nato a Latina nel 2002, attualmente si sta laureando in Economia e Finanza. Scrive poesie e scritti in prosa da quando ne ha memoria. Ama la cultura giapponese, spera un giorno di andare a vivere a Tokyo. Nel mentre, passa il tempo a leggere Yukio Mishima.
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